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Quando sulla Diciotti c'eravamo noi

Posted in OpenThoughts

Lo sbarco rifiutato ai migranti italiani nel 1930

Sto scorrendo alcune pagine dell’archivio storico del Corriere della Sera. La pagina che ho davanti è datata 8 dicembre del 1930.

Scorrendo la pagina noto che viene citata Brisbane, che è un posto dove ho vissuto, e mi incuriosisco.

Parla di una nave di migranti italiani, la Oxford, partita da Napoli alla volta di Sydney, e che ora dovrà tornare in Europa, perché agli immigrati italiani è stato negato lo sbarco sul suolo australiano.

Risalgo alla prima notizia sul caso, che risale a 5 giorni prima, il 3 dicembre.

Archivio Storico del Corriere della Sera, 3 dicembre 1930

La Oxford ha a bordo 66 migranti, e non è l’unica nave in viaggio, c’è già il piroscafo Otranto con altre 100 persone a bordo, che è diretto verso l’Australia.

Il primo ministro australiano James Scullin si trova in Europa, a Parigi, quando scoppia il caso e viene richiesto l’intervento di Mussolini.

L’8 dicembre la nave Oxford arriva a Brisbane, dove ai migranti italiani viene nuovamente impedito di sbarcare.

Scullin, vista la situazione, decide di fare una deviazione per Roma, prima di tornare in Australia e il Corriere parla di un probabile incontro con Mussolini a cui sono arrivate richieste per risolvere il caso.

Archivio Storico del Corriere della Sera, 8 dicembre 1930

A questo punto gli italiani vengo fatti imbarcare sul piroscafo Orama, diretto verso l’Europa. Quel viaggio, allora, durava un paio di settimane.

Altri articoli riportano i no-comment del governo australiano, e i vari e semplici dinieghi di scendere a chi non ha già una famiglia sul posto.

Un altro articolo riporta un avvertimento dato ai duecento che volevano imbarcarsi da Genova, per Sydney, cercando di dissuaderli dalla partenza.

Intanto la Otranto arriva a Freemantle, vicino a Perth, esattamente dall’altro lato del continente: a trenta persone viene permesso di sbarcare, gli altri settanta sono sorvegliati dalla polizia a bordo della barca.

Ci sono quindi due situazioni simili sulle coste australiane, mentre Scullin, intorno all’11 dicembre, almeno otto giorni dopo l’impedimento dello sbarco, arriva in Italia. Nell’archivio trovo le sue dichiarazioni alla stampa dopo un incontro con il Governo, non è chiaro se a tu per tu con Mussolini.

In Australia c’erano grosso modo 8 milioni di persone allora, oggi 24. Ma sulla questione geografico-territoriale, di gusto abbastanza malthusiano, Scullin pone più quella sociale, la disoccupazione: bisogna pensare che l’Australia era quella del primo anno di Grande Depressione. E dunque prima i nostri, ma neanche troppo gentilmente, i vostri rimangono su una barca.

Non trovo particolari commenti o risposte da parte del governo fascista. Solo l’editoriale di un economista, Francesco Coletti, che si concentra sulla concentrazione geografica (il titolo è: “C’è posto per gli uomini nel mondo?”, gennaio 1931). Il calcolo è di facili proporzioni: quanti sono gli uomini per metro quadrato. Una questione di numeri.


In Australia mi era sembrato difficile trovare qualcuno che fosse australiano da più di due generazioni, e probabilmente aveva i capelli bianchi.

Lì di italiani ne ho conosciuti una marea, ma uno degli incontri più belli fu quello con la signora Giuseppina, conosciuta in un minuscolo paese dove ho passato un paio di giorni, al confine tra il Queensland e il New South Wales.

La signora era molto anziana, di origini sicule, e ci accolse in una casa arredata con pesanti mobili di legno novecenteschi, strapiena di centrini e soprammobili. Era gentilissima, piacevole ed estremamente felice di poter offrire un caffè e fare quattro chiacchiere con un connazionale. Il suo italiano era molto arrugginito, ma aiutandosi con l’inglese riusciva a farsi capire. Mi disse che era lì da cinquant’anni, era arrivata appena dopo la guerra.

Notai subito che c’erano diverse foto in giro per casa di un giovane uomo, molto bello, in abiti militari. Era suo marito, e mi raccontò del viaggio in nave, dell’arrivo in Australia e di come sfortunatamente il marito morì pochissimi anni dopo. Non si era mai più risposata. Non aveva mai voluto, come non aveva mai voluto tornare in Italia.


A leggere i commenti di allora riguardo “l’increscioso caso della nave Oxford”, pubblicati nel 1930 fascista, mi sembra che in novant’anni abbiamo perso di vista tante cose. Ad esempio che un metodo del genere, comunque la si pensi, non è accettabile in una democrazia del 2018. Ad esempio, che ci sono delle facce dietro i numeri di immigrati per Paese, o per metro quadro.

Dirò banalità, ma sembra sia sempre più necessario dirle.

Mentre siamo immersi nel nostro feroce (quindi per alcuni redditizio) scontro quotidiano sui social, ci sono le storie di chi ha abbandonato tutto, e si trova in condizioni disperate (oggi forse più inumane di allora, almeno in termini relativi), e non ha l’intenzione o la possibilità di tornare indietro.

Non sono riuscito a trovare altro a riguardo, non so quei disperati sulla nave Oxford che fine abbiano fatto.

Non so neanche che fine faranno quelli che erano sulla Diciotti, o sulle migliaia e migliaia di navi che sono arrivate negli anni in Italia e in Australia. Se finiranno a raccogliere pomodori, a spacciare nelle periferie, o se riusciranno a laurearsi in Svezia. Qualcuno, forse, continuerà a piangere l’amore perduto in una casa piena di centrini fatti a mano.

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