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Di disuguaglianze e trasparenza

Posted in OpenThoughts

E perché credo sia un tema fondamentale

Negli ultimi mesi ho avuto la possibilità di occuparmi in maniera abbastanza costante di disuguaglianze economiche.

In parole povere è l’analisi economica della distribuzione della ricchezza. Perché e come i ricchi sono sempre più ricchi? Quali sono le forze economiche che permettono al capitale di concentrarsi nelle mani di pochi? Come si è evoluta nella storia la distribuzione delle disuguaglianze?

Al di là delle evidenti questioni etiche (quando sono giustificabili e accettabili queste disuguaglianze?) voglio scrivere due righe sul perché credo che questo tema sia di enorme importanza, forse il più importante.

È complesso, infinitamente complesso. Ecco, quello che si prova quando si studia a lungo qualcosa del genere, si scopre un muro di fatto di difficoltà: di tipo economico, statistico, metodologico, e infine politico.

Come è facile intuire, questo tipo di studi ha un’impronta fortemente politica, soprattutto nel senso anglosassone di “policy” (politica pubblica). Ovvero: una volta capita la situazione come la affrontiamo?

In questo breve post non posso certo scendere nel merito delle proposte di economisti come Piketty, Atkinson, Branko Milanovic. Qualsiasi soluzione si voglia dare al problema (compreso il non darla!), bisogna conoscere un problema.

Lo stresso su questo blog dove tra le altre cose mi sono occupato di dati, trasparenza, consapevolezza: la mancanza di trasparenza finanziaria rende il muro delle disuguaglianze ancora più impenetrabile dalla conoscenza, in un terreno già ostacolato per natura.

Per quanto banale, è davvero la linea di base su cui tutti gli economisti che ho letto si trovano d’accordo. Questo è il tema zero, radice e causa di molti dei problemi che abbiamo oggi, da cui la maggiore gravità dell’opacità. Questa, ad esempio, è una riflessione sullo stato dell’arte delle disuguaglianze in Italia.

Il punto principale che fa un macroeconomista come Piketty, è che questo studio non vuole solo essere un attacco al primo percentile, ai super ricchi. Ha un respiro più grande, ha a che fare con l’equilibrio tra democrazia e mercato, di come la prima possa tentare di controllare il capitalismo.

Ed è qui il punto più interessante. Per Piketty, uno dei più grandi studiosi recenti del fenomeno, le mancanze di dati più gravi non sono nemmeno più sulle fiscalità individuali (i conti in Svizzera dei calciatori), che sono sempre gravi, ma i dati sui bilanci delle aziende private, quelli delle Pubbliche Amministrazioni.

I dati pubblici in questo senso sono un bene comune come un parco o l’acqua potabile. Perché? Intanto queste mancanze sono scandalose su moltissimi livelli: non solo non ci permettono di studiare correttamente la natura delle disuguaglianze, ma anche di implementare le giuste politiche economiche (se ce ne fosse poi la volontà).

È una mancanza pericolosissima sul piano democratico: perché permette di semplificare la realtà in un modo sbagliato, non permette a chi è nella parte più bassa delle distribuzioni di reddito di capire chi c’è sopra, e perché. Non permette di applicare misure di fiscalità progressiva (i ricchi pagano di più), e spesso questo significa che, per un insieme di motivi, la fiscalità può essere addirittura regressiva (i ricchi pagano meno tasse, in percentuale, della fascia media e bassa di reddito). Non permette di parlare correttamente di politiche del lavoro, di politiche migratorie.

Per concludere sono più convincenti, credo, le parole di Thomas Piketty, credo. Ne “Il Capitale nel XXI Secolo”, un’opera straordinaria di quasi 1000 pagine in cui tocca moltissimi temi, ci tiene a ribadire la questione anche nelle righe conclusive:

“Più in generale, mi pare importante insistere, per concludere, sul fatto che uno dei grandi obiettivi del futuro è sicuramente lo sviluppo di nuove forme di proprietà e controllo democratico del capitale.”s

[…]

“Il punto essenziale è che queste diverse forme di controllo democratico del capitale dipendono in larga parte dal grado d’informazione economica di cui disponiamo. La trasparenza economica e finanziaria non è più solamente un obiettivo fiscale. È anche, e forse soprattutto, un obiettivo di governance democratica e di partecipazione alle decisioni. Da questo punto di vista, l’obiettivo non è più tanto la trasparenza finanziaria sui patrimoni e sui redditi a livello individuale — di per sé non di grandissimo interesse, salvo che in circostanze molto particolari, come per i responsabili politici, o in un contesto in cui la mancanza di fiducia non può essere contrastata altrimenti.*

Come regola generale, l’obiettivo più importante per l’iniziativa collettiva riguarda la pubblicazione di bilanci dettagliati delle società private (e delle Pubbliche Amministrazioni), conti che allo stato attuale non consentono assolutamente ai salariati o ai semplici cittadini di farsi un’idea sulle scelte in corso, e a maggior ragione di intervenire sulle decisioni.”

[…]

Senza una vera trasparenza contabile e finanziaria, senza un’informazione condivisa, non può esistere democrazia economica.

Così come, senza veri diritti d’intervento sulle decisioni, la stessa trasparenza non serve a un granché. L’informazione deve trarre alimento dalle istituzioni fiscali e democratiche: non è fine a se stessa. Affinché la democrazia riesca un giorno a riprendere controllo del capitalismo, bisogna innanzitutto partire dal principio che le forme concrete della democrazia e del capitale sono ancora e sempre da reinventare.

The internet is the most incredible infrastracture ever built. Human beings learn through dialogues. Open sourcing your ideas means enhancing them. I keep my brain alive reading, writing and coding. Economics student, I'm (slowly) teaching myself Data Science. Hacktivism with www.onData.it folks.

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